Quando sarò vecchio, se qualcuno
mi chiederà chi o cosa mi ha fatto innamorare di questo sport, la mia risposta
sarà senza dubbio una, e una soltanto: Alessandro Del Piero.
Anagraficamente ho avuto la
fortuna di vivere l’intera carriera di Alex in maglia bianconera e, anche se non
ricordo il suo esordio in campionato, anche se non ricordo la prima stagione, la
Champions del 96, quella si che me la ricordo, a otto anni c’era già passione e
ammirazione verso colui che è sempre stato qualcosa in più che “il tuo
giocatore preferito”. Parlarne ora è scontato, però non è nemmeno così semplice
riuscire a trasmettere quello che lui ha dato, a me, così come a tanti altri…
Io gli anni di Del Piero alla
Juve me li sono goduti tutti, gli anni in cui era senza dubbio il giocatore più
forte al mondo, quello in cui la Fifa ha regalo il pallone d’oro a Sammer,
nonostante Alex avesse segnato un gol (inutile) di tacco in finale di Champions
League; gli anni post infortunio, in cui ha faticato a ritrovare se stesso, in
cui fortunatamente ha trovato un allenatore che ha sempre creduto nelle sue
doti umane (grazie Carletto Ancelotti), continuando a metterlo in campo, fino
alla trasferta di Bari, con quella magia, e quella esultanza rabbiosa, utile a
scacciare le pressioni accumulatesi addosso, famigliari e sportive; gli anni in
cui, libero, è tornato quello di sempre, e si è creata quella coppia 10+17, la
coppia più prolifica della storia della serie A;
gli anni in cui sono tornati i
tiri a giro, per rimanere, per sempre, indelebili;
gli anni del ritorno di colui che più di tutti ha contribuito a formarlo, come
calciatore e come uomo, Marcello da Viareggio, con tutte le vittorie; gli anni
difficili, quelli delle panchine con chi dice che grazie a lui gli ha allungato
la carriera, mentre con la sua miopia ha solamente rischiato di allontanarlo da
casa sua; gli anni di quella rovesciata, così inusuale, innaturale, così impensabile
per un assist, da lasciare tutti di stucco, così perfetta solamente da spingere
in rete; l’anno del mondiale, e quel gol, di Del Piero, alla Del Piero, contro l’avversaria
più antipatica, nella partita più bella; gli anni “di ferro”, in esilio forzato
in un campionato cadetto che grazie ai suoi gol, alla sua presenza (e a quella
di chi ha deciso di diventare leggenda con lui, senza lavarsene le mani), è
passato quasi allegramente, con tutte quelle reti, quelle punizioni sui campetti
di provincia, dove gran parte degli spettatori, al momento della sostituzione
si mettevano ad applaudire; gli anni della risalita, e di quel titolo, l’unico
che gli mancava, primo nella classifica marcatori, primo davanti a David; il
ritorno in Champions, la punizione con lo zenit, tirata dal balcone di casa
sua, le standing ovation del Bernabeu, dell’Old Trafford; e poi ancora gli anni
di buio, con quei due settimi posti, illuminati soltanto dai suoi lampi di
genio; e l’ultimo, difficile, magico anno, in cui hai aspettato che venissi io
allo stadio per segnare il tuo primo gol nella tua nuova casa, e che gol, alla
Del Piero, e poi quel pomeriggio, quegli applausi, quei 20 minuti di partita a
cui nessuno ha più fatto caso, uno stadio intero ad applaudirti con gli occhi
lucidi, tanti, troppi tifosi davanti ad una tv, a cercare di spiegare quelle
emozioni, così uniche e contrastanti tra loro. Ora che è ufficiale mi son
sentito in dovere di scrivere tutto ciò, ora che te ne andrai dall’altra parte
del mondo, ma che come hai appena finito di dire, rimarrai sempre e per sempre
tifoso juventino, non posso che augurarti quanto di meglio ci sia, convinto che
per quanto possibile, continuerò a seguirti, come ho sempre fatto, aspettando
un tuo ritorno…Per questo e per molto altro: grazie…
Mywo

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