La testa in palla

martedì 4 settembre 2012

La crisi (economica) della Serie A



Il campionato italiano è in forte crisi e la recente sessione di calciomercato ne è la dimostrazione più lampante. Gran parte dei buoni giocatori ancora presenti in serie A sono partiti senza che dall’estero ne entrassero di nuovi, allo stesso livello. Il ranking Uefa è sempre più basso e il prossimo anno, se le nostra squadre non disputeranno un ottima Europa League, Portogallo e Francia ci supereranno, così come ha già fatto la Germania, portandoci ad avere due soli team partecipanti alla Champions League (una diretta, l’altra attraverso i preliminari).
La crisi ha molte cause e non può ne deve essere ricondotta unicamente al fattore economico mondiale; la Spagna ad esempio, a livello economico, è messa peggio di noi eppure è seconda nel ranking (era prima fino alla finale di Champions vinta dal Chelsea). Il discorso deve partire inevitabilmente dagli stadi perché la Germania, che ci ha sopravanzati, con il mondiale del 2006 ha ricostruito tutto e ora i suoi impianti sono i più pieni d’Europa e come presenze medie fanno anche più spettatori che in Premier League. Gli stadi fatiscenti italiani non fanno solo passare la voglia ai tifosi di spender soldi per vedere la partita dal vivo, ma anche ai possibili acquirenti. La Serie A è l’unico campionato in cui gli sceicchi non hanno voluto investire, l’unico a cui i russi non si sono interessati ed eccezion fatta per la Roma, l’unico senza proprietari americani (in Premier Arsenal, United, Liverpool, Tottenham e QPR lo sono). Il sistema calcio italiano è un qualcosa di obsoleto e per rendersi conto di quanto basti poco per riportare l’entusiasmo e la voglia di andare allo stadio ai tifosi è sufficiente guardare quanto è successo a Torino. La Juventus, dopo anni di progetti, è finalmente riuscita a costruire il suo stadio di proprietà, un impianto moderno, pensato all’interno esclusivamente per il calcio ma capace, all’esterno, di vivere 7 giorni su 7, con centro commerciale e museo annessi. Il club torinese, nonostante arrivasse da due settimi posti consecutivi (mai successo), ha riempito lo stadio al 91,7% della sua capienza per tutta la stagione, con la gran parte delle partite da “tutto esaurito”. L’importanza di avere uno stadio di proprietà è davvero alta, perché permette di avere ricavi diretti, perché aumenta l’appeal nei tifosi e negli sponsor, perché rilancia l’idea di calcio, proiettandola in un ottica europea dove da anni ormai si è giunti a questa soluzione.
La Juventus è stata l’unica società che in questa sessione di mercato ha potuto comprare senza prima dover vendere. Nemmeno loro però han potuto permettersi un top player straniero e questo perché, ora come ora, nessun gran calciatore desidera trasferirsi in un campionato come il nostro, dove se d’inverno scende qualche centimetro di neve si blocca tutto perché i terreni da gioco non hanno le giuste tecnologie e gli spalti, non coperti, si ghiacciano e diventano inagibili; dove si è costretti a giocare sulla sabbia (avete visto le condizioni del San Paolo?) o nel fango (il Bentegodi da inizio ottobre a fine marzo); dove il Cagliari, dopo anni e anni di sollecitazioni non è ancora riuscito modernizzare lo stadio, ormai non più a norma; dove può capitare che gli ultras prendano il controllo di una partita e i giocatori debbano arrivare addirittura a umiliarsi togliendosi la maglietta, per far si che il match riprenda, cedendo alle minacce di gente che in un paese civile allo stadio nemmeno potrebbe entrare. Non ci si può meravigliare se il nostro campionato sia poco appetibile per i grandi giocatori e ancora meno per i nuovi investitori. La federazione però cosa fa? Si compiace per il secondo posto ottenuto agli Europei, dicendo che quello dimostra che la Serie A non è ne in crisi ne un campionato di basso livello, lavandosene le mani e lasciando tutto com’è, senza misure concrete. 
I Della Valle avevano progettato “la cittadella dello sport viola”, un centro sportivo vivo sette giorni su sette, che non comprendesse solo il calcio, ma che desse a Firenze una dimensione sportiva totalmente diversa; a causa della burocrazia italiana, piena di inutili cavilli e rallentamenti, hanno rinunciato al loro progetto. Lazio, Inter, Siena, Genoa e Roma sono tutte interessate a cambiare stadio, costruendosi impianti di proprietà, ma sono tutti progetti ancora in fase embrionale, e non si sa se mai verranno realizzati ne quanto tempo ci verrà per farlo.
Si dice che per risalire bisogna toccare il fondo, probabilmente sul fondo del calcio italiano c’è ancora così tanto fango depositato negli anni, che per arrivare a toccare la base, solida e concreta, si deve ancora scavare…

Mywo

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