La testa in palla

mercoledì 5 settembre 2012

Oh Capitano mio Capitano...



Quando sarò vecchio, se qualcuno mi chiederà chi o cosa mi ha fatto innamorare di questo sport, la mia risposta sarà senza dubbio una, e una soltanto: Alessandro Del Piero.
Anagraficamente ho avuto la fortuna di vivere l’intera carriera di Alex in maglia bianconera e, anche se non ricordo il suo esordio in campionato, anche se non ricordo la prima stagione,  la Champions del 96, quella si che me la ricordo, a otto anni c’era già passione e ammirazione verso colui che è sempre stato qualcosa in più che “il tuo giocatore preferito”. Parlarne ora è scontato, però non è nemmeno così semplice riuscire a trasmettere quello che lui ha dato, a me, così come a tanti altri…
Alessandro Del Piero è stato più che un campione, più che una bandiera, la parola giusta penso sia “un esempio”. Io ho sempre pensato una cosa, e la penso tutt’ora, i campioni, quelli veri, quelli che fanno la differenza e che riescono a farsi amare non solamente dai tifosi della squadra per cui giocano, lo devono essere dentro e fuori dal campo. L’atteggiamento, la sportività, la lealtà, la passione e serietà con cui Alessandro ha vissuto questi anni juventini sono un qualcosa di irripetibile, un qualcosa di completamente slegato dal calcio moderno, legato ai soldi più che mai, in cui la cultura e l’innamoramento verso dei colori passano in secondo/terzo piano e anzi spesso e volentieri non vengono nemmeno presi in considerazione.
Io gli anni di Del Piero alla Juve me li sono goduti tutti, gli anni in cui era senza dubbio il giocatore più forte al mondo, quello in cui la Fifa ha regalo il pallone d’oro a Sammer, nonostante Alex avesse segnato un gol (inutile) di tacco in finale di Champions League; gli anni post infortunio, in cui ha faticato a ritrovare se stesso, in cui fortunatamente ha trovato un allenatore che ha sempre creduto nelle sue doti umane (grazie Carletto Ancelotti), continuando a metterlo in campo, fino alla trasferta di Bari, con quella magia, e quella esultanza rabbiosa, utile a scacciare le pressioni accumulatesi addosso, famigliari e sportive; gli anni in cui, libero, è tornato quello di sempre, e si è creata quella coppia 10+17, la coppia più prolifica della storia della serie A;
gli anni in cui sono tornati i tiri a giro, per rimanere, per sempre, indelebili; gli anni del ritorno di colui che più di tutti ha contribuito a formarlo, come calciatore e come uomo, Marcello da Viareggio, con tutte le vittorie; gli anni difficili, quelli delle panchine con chi dice che grazie a lui gli ha allungato la carriera, mentre con la sua miopia ha solamente rischiato di allontanarlo da casa sua; gli anni di quella rovesciata, così inusuale, innaturale, così impensabile per un assist, da lasciare tutti di stucco, così perfetta solamente da spingere in rete; l’anno del mondiale, e quel gol, di Del Piero, alla Del Piero, contro l’avversaria più antipatica, nella partita più bella; gli anni “di ferro”, in esilio forzato in un campionato cadetto che grazie ai suoi gol, alla sua presenza (e a quella di chi ha deciso di diventare leggenda con lui, senza lavarsene le mani), è passato quasi allegramente, con tutte quelle reti, quelle punizioni sui campetti di provincia, dove gran parte degli spettatori, al momento della sostituzione si mettevano ad applaudire; gli anni della risalita, e di quel titolo, l’unico che gli mancava, primo nella classifica marcatori, primo davanti a David; il ritorno in Champions, la punizione con lo zenit, tirata dal balcone di casa sua, le standing ovation del Bernabeu, dell’Old Trafford; e poi ancora gli anni di buio, con quei due settimi posti, illuminati soltanto dai suoi lampi di genio; e l’ultimo, difficile, magico anno, in cui hai aspettato che venissi io allo stadio per segnare il tuo primo gol nella tua nuova casa, e che gol, alla Del Piero, e poi quel pomeriggio, quegli applausi, quei 20 minuti di partita a cui nessuno ha più fatto caso, uno stadio intero ad applaudirti con gli occhi lucidi, tanti, troppi tifosi davanti ad una tv, a cercare di spiegare quelle emozioni, così uniche e contrastanti tra loro. Ora che è ufficiale mi son sentito in dovere di scrivere tutto ciò, ora che te ne andrai dall’altra parte del mondo, ma che come hai appena finito di dire, rimarrai sempre e per sempre tifoso juventino, non posso che augurarti quanto di meglio ci sia, convinto che per quanto possibile, continuerò a seguirti, come ho sempre fatto, aspettando un tuo ritorno…

Per questo e per molto altro: grazie…


Mywo

martedì 4 settembre 2012

La crisi (economica) della Serie A



Il campionato italiano è in forte crisi e la recente sessione di calciomercato ne è la dimostrazione più lampante. Gran parte dei buoni giocatori ancora presenti in serie A sono partiti senza che dall’estero ne entrassero di nuovi, allo stesso livello. Il ranking Uefa è sempre più basso e il prossimo anno, se le nostra squadre non disputeranno un ottima Europa League, Portogallo e Francia ci supereranno, così come ha già fatto la Germania, portandoci ad avere due soli team partecipanti alla Champions League (una diretta, l’altra attraverso i preliminari).
La crisi ha molte cause e non può ne deve essere ricondotta unicamente al fattore economico mondiale; la Spagna ad esempio, a livello economico, è messa peggio di noi eppure è seconda nel ranking (era prima fino alla finale di Champions vinta dal Chelsea). Il discorso deve partire inevitabilmente dagli stadi perché la Germania, che ci ha sopravanzati, con il mondiale del 2006 ha ricostruito tutto e ora i suoi impianti sono i più pieni d’Europa e come presenze medie fanno anche più spettatori che in Premier League. Gli stadi fatiscenti italiani non fanno solo passare la voglia ai tifosi di spender soldi per vedere la partita dal vivo, ma anche ai possibili acquirenti. La Serie A è l’unico campionato in cui gli sceicchi non hanno voluto investire, l’unico a cui i russi non si sono interessati ed eccezion fatta per la Roma, l’unico senza proprietari americani (in Premier Arsenal, United, Liverpool, Tottenham e QPR lo sono). Il sistema calcio italiano è un qualcosa di obsoleto e per rendersi conto di quanto basti poco per riportare l’entusiasmo e la voglia di andare allo stadio ai tifosi è sufficiente guardare quanto è successo a Torino. La Juventus, dopo anni di progetti, è finalmente riuscita a costruire il suo stadio di proprietà, un impianto moderno, pensato all’interno esclusivamente per il calcio ma capace, all’esterno, di vivere 7 giorni su 7, con centro commerciale e museo annessi. Il club torinese, nonostante arrivasse da due settimi posti consecutivi (mai successo), ha riempito lo stadio al 91,7% della sua capienza per tutta la stagione, con la gran parte delle partite da “tutto esaurito”. L’importanza di avere uno stadio di proprietà è davvero alta, perché permette di avere ricavi diretti, perché aumenta l’appeal nei tifosi e negli sponsor, perché rilancia l’idea di calcio, proiettandola in un ottica europea dove da anni ormai si è giunti a questa soluzione.
La Juventus è stata l’unica società che in questa sessione di mercato ha potuto comprare senza prima dover vendere. Nemmeno loro però han potuto permettersi un top player straniero e questo perché, ora come ora, nessun gran calciatore desidera trasferirsi in un campionato come il nostro, dove se d’inverno scende qualche centimetro di neve si blocca tutto perché i terreni da gioco non hanno le giuste tecnologie e gli spalti, non coperti, si ghiacciano e diventano inagibili; dove si è costretti a giocare sulla sabbia (avete visto le condizioni del San Paolo?) o nel fango (il Bentegodi da inizio ottobre a fine marzo); dove il Cagliari, dopo anni e anni di sollecitazioni non è ancora riuscito modernizzare lo stadio, ormai non più a norma; dove può capitare che gli ultras prendano il controllo di una partita e i giocatori debbano arrivare addirittura a umiliarsi togliendosi la maglietta, per far si che il match riprenda, cedendo alle minacce di gente che in un paese civile allo stadio nemmeno potrebbe entrare. Non ci si può meravigliare se il nostro campionato sia poco appetibile per i grandi giocatori e ancora meno per i nuovi investitori. La federazione però cosa fa? Si compiace per il secondo posto ottenuto agli Europei, dicendo che quello dimostra che la Serie A non è ne in crisi ne un campionato di basso livello, lavandosene le mani e lasciando tutto com’è, senza misure concrete. 
I Della Valle avevano progettato “la cittadella dello sport viola”, un centro sportivo vivo sette giorni su sette, che non comprendesse solo il calcio, ma che desse a Firenze una dimensione sportiva totalmente diversa; a causa della burocrazia italiana, piena di inutili cavilli e rallentamenti, hanno rinunciato al loro progetto. Lazio, Inter, Siena, Genoa e Roma sono tutte interessate a cambiare stadio, costruendosi impianti di proprietà, ma sono tutti progetti ancora in fase embrionale, e non si sa se mai verranno realizzati ne quanto tempo ci verrà per farlo.
Si dice che per risalire bisogna toccare il fondo, probabilmente sul fondo del calcio italiano c’è ancora così tanto fango depositato negli anni, che per arrivare a toccare la base, solida e concreta, si deve ancora scavare…

Mywo